sabato 23 luglio 2016

Dipendenza... che cosa le definisce come patologica?

Iniziamo, innanzitutto, da un equivoco in cui è facile inciampare: la dipendenza, di per sé, non è patologica. Anzi! Autori come, ad esempio,  Spitz e
 Bowlby (1969) ci informano come solo una base affettiva sicura, fiduciosa e amorevole per il bambino sia il presupposto della costruzione di relazioni mature, ovvero contraddistinte dalla capacità della persona di avvicinarsi e separarsi dall'Altro, in primis dalle proprie figure di accudimento, e di esplorare l'ambiente che lo circonda, aprendosi all'esperienza, all'incognita esistenziale, a ciò che non conosce, senza perdersi in angosce e paure paralizzanti, ma percependo ogni occasione una fonte importante di apprendimento e di crescita. In concreto, provate a pensare ad un bambino che impara, pian piano, a camminare. Cosa succede? Incespica, cade, piange, si arrabbia, si può sentire frustrato, perché per imparare occorre fatica, pazienza ed impegno. Se al bambino trasmettiamo fiducia che ce la farà, vedremo che proverà molta soddisfazione nel raggiungimento dei propri obiettivi, della propria autonomia. Ma cosa succede se, al contrario, come genitori tendiamo ad iperproteggerlo, affinché non si faccia male? O al contrario tendiamo a lasciarlo troppo solo nel suo processo di apprendimento, senza una base affettiva a cui può rivolgersi nel caso di troppo dolore e confusione? Se, come sostiene Rogers (1951), l'ambiente non è empatico, autentico e profondamente accettante dei bisogni del bambino, questi impara presto a comprendere che ciò che prova (nel nostro esempio, il bambino potrebbe percepire la propria fiducia, la propria spinta verso una sana autonomia come un qualcosa di profondamente sbagliato, in quanto andrebbe contro a ciò che pensa il genitore, piuttosto che iniziare a distorcere che la dipendenza, il bisogno dell'altro nei momenti di scoramento e paura, è una cosa di cui vergognarsi) non è accettato dalle sue figure di riferimento emotivo. Da qui, per non perdere la considerazione e l'amore genitoriali, il bimbo inizia ad intercettare e distorcere i suoi veri e più autentici bisogni, per far propri quelli altrui, inibendo, in tal modo, aspetti vitali della propria personalità. Tal premessa è importante per comprendere come la dipendenza patologica sia caratterizzata, da un punto di vista fenomenico, dalla difficoltà del soggetto di modulare la presenza ed assenza dell'oggetto, ossia di porsi in un equilibrato movimento di distanza e vicinanza emotive e relazionali con questo. Infatti, che cosa intendiamo con dipendenza patologica? La dipendenza patologica è un rapporto profondamente squilibrato con una data sostanza, un dato comportamento o una data persona. Al di là dell'oggetto prescelto e della declinazione soggettiva del sintomo, l'atteggiamento patologico o addiction si configura per la ricerca compulsiva e continuativa dell'oggetto che causa dipendenza (craving) e dalla presenza dei fenomeni di astinenza, causati dalla sua assenza, e di tolleranza (bisogno sempre maggiore dell'uso, della messa in atto del comportamento o della ricerca e del controllo nella relazione con un'altra persona). In soldoni, ciò che differenzia una sana dipendenza da una malata è l'esclusività con l'oggetto scelto, ossia quando questi diviene, da fonte illusoria di piacere e di sedazione di sofferenza, il fulcro vitale dell'individuo, una stampella di sopravvivenza, cronica e recidivante, con cui affrontare ogni aspetto della vita. Nel nostro esempio, un cuscino posto perennemente dietro la schiena del bambino, affinché non si faccia male. Ovvero, non si può vivere senza quello.

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