mercoledì 19 aprile 2017

Stress da assistenza e codipendenza nel caregiver familiare

Quando si parla di codipendenza, si è solita attribuirla al familiare che assiste un proprio congiunto affetto da tossicodipendenza. In effetti, il termine di codipendenza nasce negli anni '50 del secolo scorso, nel campo di Alcolisti Anonimi (Carubbi, 2012), nello specifico all'interno dei gruppi di Al - Anon, per indicare una particolare modalità relazionale che la donna, compagna dell'etilista, poneva in essere con costui. Una modalità relazionale, di cui ci parla la stessa Norwood (1985), nel suo ormai famosissimo libro "Donne che amano troppo". Di cosa si tratta? Potremmo dire che la codipendenza dei familiari di alcolisti è l'altra faccia della medaglia della patologia dei loro cari. E' una vera e propria dipendenza, in questo caso relazionale ed affettiva, con specifiche caratteristiche:
- Ansia e depressione;
- Sensazione di essere sopraffatti emotivamente e di essere in continuo stato di allarme e di allerta;
- Disturbi stress - correlati;
- Vissuto salvifico di carattere onnipotente (la persona codipendente crede che se attuerà immani sforzi e controllerà l'altro, questi si salverà);
- Attribuzione di iper - responsabilità circa il benessere dell'assistito, con scarso senso di responsabilità verso il proprio di benessere ("annullamento personale");
- Negazione di avere un problema;
- Stile relazionale e comunicativo colpevolizzante o permissivo, che denota una modalità affettiva ambivalente;
- Rischio di abuso di sostanze;
- Scarsa resilienza e scarse strategie di problem solving, di coping;
- Bassa autostima e scarso contatto con le proprie emozioni, propri bisogni e desideri
.
Perché parlare di co - dipendenza anche per il caregiver familiare che assiste una persona con patologia cronica, quale ad es. i disturbi neurocognitivi maggiori (APA, 2013)? I dati ISTAT del 2015 riportano come il 21% della popolazione abbia più di 65 anni e i 75enni raggiungono i 6,6 milioni della popolazione. Per quanto riguarda la non autosufficienza, nel 2013 gli anziani con limitazione funzionali (criteri OMS: costrizione a letto, su sedia, problemi nell’attività quotidiana, difficoltà di comunicazione…) erano circa 2,5 milioni (Barbarella F., et al., 2015), di cui circa 600.000 con Alzheimer. Nei casi di assistenza alla persona non autosufficiente, L’ISTAT nell’anno 2011, nella sua indagine "La conciliazione tra lavoro e famiglia", ha rilevato che in Italia ci sono circa 3.330.000 persone tra i 15 ed i 64 anni che si prendono cura di adulti (inclusi anziani, malati e disabili), di cui due terzi nella fascia d’età 45-64 anni (Di Rosa M., et al., 2015) Per quanto riguarda, la distribuzione del carico di lavoro da assistenza, un'indagine del 2012 (L. Boccaletti – Anziani e non solo) ci informa come il 67% di chi assiste un proprio caro con patologie croniche e recidivanti sia composto da caregivers donne, contro il 33% di caregivers maschili. Suddetto dato è confermato da un'altra ricera, condotta a livello europeo e curata dalla Global Alzheimer's and Dementia Action Allianz (GADAA): in suddetto report, infatti, emerge come le donne siano le principali figure di assistenza ed accudimento dei loro congiunti non autosufficienti. Nello specifico, secondo i dati di questa ricerca, le donne hanno meno tempo per dedicarsi alla propria cura, poiché, oltre ai loro compiti professionali, sentono sulle loro spalle le responsabilità concernenti la gestione della vita domestica. Da qui, si può ben comprendere come i caregivers familiari possano incorrere in uno specifico stress da assistenza (burned), a causa del pesante fardello o "burden" asssitenziale (inteso come pressanti responsabilità legate al loro lavoro di sostegno e di cura), con la conseguente sottovalutazione dei propri bisogni bio – psico – sociali (emotivi, di sostegno, di delega e di preservazione di sani spazi personali), ovvero con la conseguente minimizzazione della cura di sé e quindi, con il rischio di instaurare una  codipendenza da assistenza.

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