domenica 15 dicembre 2019

Perché la dipendenza non è un "vizio": implicazioni cliniche di cambiamento rogersiano

L'assenzio Edgar Degas
E. Degas, In a Café, 1875 - 1876, Museo d'Orsay, Paris
Succede, spesso, così...Che, chi entra nella mia stanza, nel mio setting inizi a parlare della propria dipendenza come se fosse una mancanza di volontà, un vizio, per cui, solo se si è volenterosi, bravi, se ne può uscire definitivamente. Niente di più falso. La dipendenza, infatti, è patologica per il fatto che si instaurano fenomeni correlati (Disturbo da Uso di Sostanze, APA, 2013) di dipendenza fisica, quali intossicazione (es. la Sindrome di Wernicke - Korsakoff), tolleranza, astinenza (APA, 2013) e di dipendenza psicologica o craving, per cui la persona cerca compulsivamente di ottenere in tutti i modi la sostanza o di attuare nuovamente un comportamento - con tutte le consgenuenze di carattere sociale e legale che comportano - che, in primis, crea in lui, gratificazione e, come seconda cosa ma non meno importante, per alleviare i terribili sintomi astinenziali (pensiamo in tal senso, alla ricerca alcolica per sedare gli effetti devastanti del Delirium Tremens, ma anche l'eroina e la stessa cocaina, il cui craving è una delle caratteristiche principali). La dipendenza, allora, è una vera e propria patologia perché non solo ha ripercussioni, di carattere cronico e recidivante, sul funzionamento del nostro Sistema Nervoso Centrale, per cui la sostanza diviene un potente rinforzo per la ricerca di stati di gratificazione (per l'approfondimento rimando al sito www.dronet.org), ma perchè comporta, oltre a disturbi correlati di cui sopra, profonde implicazioni di carattere psicopatologico (la famosa, per gli addetti ai lavori, doppia diagnosi o comorbilità), indotte dall'uso continuativo della sostanza o retiterazione comportamentale (es. GAP o Net Addiction): disturbi dell'umore, d'ansia, di personalità, di cui non sempre è intuitivo comprenderne la primarietà o secondarietà dell'esordio (come a dire: è nato prima l'uovo o la gallina? La sostanza ha slatentizzato un disturbo dell'umore, o la depressione ha contribuito all'uso patologico. O, ancora: sono due fenomeni clinici concomitanti, ma distinti? E, inoltre, da un punto di vista fenomenologico, ovvero di lettura soggettiva del sintomo, che significato di self - medication o autocura (Khantzian, 1985, in Carubbi, 2016) hanno per il soggetto che bussa alla nostra porta? Da un punto di vista rogersiano, sappiamo infatti che il sintomo tossico è una posticcia, precaria, ma allo stesso tempo, necessaria stampella Attaulizzante (Borgioni, 2007), una "coperta di Linus" (Carubbi, 2016) che protegge dai propri Demoni, dalle proprie ferite, dai propri dolori. Da emozioni sopraffacenti, da bassa autostima, dalla vergogna, dalla colpa... Dal non essere mai abbastanza (ibidem). Ecco, perché, al fine di poter lavorare in questo campo e poter, allo stesso tempo, offrire obiettivi realistici di cambiamento (Borgioni, 2007), non solo per l'utente, me per gli stessi familiari, occorre partire da questa constatazione. Dal fatto che non siamo davanti ad un vizio, ad una goliardata. Ma ad una vera e propria patologia e che, come tale, necessita sì di impegno e motivazione, ma senza l'aspettativa illusoria che solo un po' volontà e "pentimento" possano cambiare le cose. Anzi, paradossalmente, il cambiamento può avvenire solo nel momento in cui si accetta a piene mani ciò che non può essere cambiato: che la sostanza e il comportamento di dipendenza sarann sempre più forte di noi e, se lo sfideremo, ne usciremo inevitabilmente perdenti. Ciò che possiamo fare è ridurre il danno dell'abuso, cercare di comprendere ciò che sottostà alla dipendenza, ciò che l'ha nutrita, capire quali sono i fattori, compresi quelli comportamentali, che la rinforzano, cercare alternative maggiormente soddisfacenti per lenire il dolore e provare piacere, affinché la persona possa passare da acting di uso inconsapevoli e coattivi, a integrazioni cognitive (emotive e ideative), quindi a simbolizzazioni corrette (Rogers, 1951) di tutti quei vissuti, costrutti, modi di aprirsi all'esperienza, emozioni che hanno alimentato il Demone tossico. Insomma, lo scopo clinico è quello di facilitare la persona a sentirsi meno schiava del sintomo, a mantenere il suo stato astinenziale (Prochaska, Di Clemente, 1984), nonostante il bisogno della sostanza, il piacere ancora presente nella sua mente: una volta individuate le variabili rinforzanti il suo comportamento, grazie al suo maggior Potere Personale (Rogers, 1977), la persona potrà "scegliere" di non ripetere i vecchi meccanismi di uso patologico, ma virare verso modalità più sane di relazione con sé e con gli altri. Quindi, non si lavora scavalcando o eliminando il problema, ma abbracciandolo e abbracciando le proprie fragilità, conoscendolo, rendendolo meno mostruoso, lottando, nel qui e ora, per "rimanere vivi" (Richard Johnson, in Rogers, Stevens, 1967/1971), quindi profondamente umani. Solo così il Demone può divenire Daimon (Hillman, 1996), attraverso un percorso onesto, vero (Borgioni, 2007), faticoso e cautamente ottimista, perché, come ci insegna Rogers (1951; 1961; 1967; 1977; 1980), la spinta alla crescita, anche se pervertita, non può essere annientata: la vita, infatti, non rinuncia mai a se stessa.

© Francesca Carubbi
psicologa e psicoterapeuta rogersiana
Autore e Direttore di Collana, Alpes Italia, Roma
www.psicologafano.com


giovedì 2 maggio 2019

Dipendenza e il valore salvifico del limite

Ed è proprio nel momento in cui poniamo limiti all'Altro che sentiamo, paradossalmente, una profonda solitudine. Perché, porre un freno, mettere uno stop, un punto finale significa spezzare un meccanismo relazionale disfunzionale che, per quanto sofferente, è stato il nostro modo, unico e irripetibile, di farci accettare e amare. Un copione dalle battute tristi, ma l'unico che sapevamo interpretare, e incarnare alla perfezione. Un'interpretazione, da qui, difficile da abbandonare. E, allora, quando riusciamo a dire NO!, ecco che inevitabilmente ci allontaniamo, con coraggio, dal nostro sé ideale e dalle aspettative altrui, con cui ci siamo identificati per una vita intera e che, inconsapevolmente, ci hanno improntato. Quando poniamo un limite, ci sentiamo sì più forti e liberi, ma, allo stesso tempo, tremendamente senza più difese: farlo non è mai indolore. Ma come insegna Jung, non dobbiamo essere buoni, ma integri.

Francesca Carubbi
Psicologa e psicoterapeuta rogersiana
www.psicologafano.com

L'importanza del fermarsi...


Credo che uno degli aspetti di cambiamento più significativi e, allo stesso tempo, più difficili, sia la consapevole accettazione che la Vita sia contraddistinta da cicli esistenziali che ci appaiono e che percepiamo mortiferi, immutabili e che ci fanno sentire in stallo. In altre parole, abbiamo difficoltà ad accettare le nostre pause, spesso percepite con frustrazione e dolore, e il bisogno sia del nostro organismo di riposarsi, e di riprendere fiato, nonché della nostra psiche di interrogarsi, prima, e di simbolizzare in modo congruente, poi, ciò che il corpo ci sta comunicando. Ma un cambiamento realistico non può non contemplare, in termini di empowerment e di promozione di benessere, il rispetto della nostra Umanità, dei nostri naturali limiti. Potersi fermare è un apprendimento importante per lo sviluppo della nostra creatività, e, di conseguenza, della possibilità di affrontare il mondo e le sue sfide con maggiore resilienza, e un "antidoto" fondamentale contro i nemici naturali del nostro Potere Personale (Rogers, 1977): l'impotenza, che ci fa demoralizzare, abbattere e fuggire dai problemi, e l'onnipotenza che, al contrario, ci fa combattere sino allo spasimo contro i nostri demoni, arrivando inevitabilmente a farci del male. E se ciò vale per i nostri clienti, tanto più diviene fondamentale per chi, come noi, si occupa di relazioni di aiuto.

Francesca Carubbi
Psicologa e psicoterapeuta rogersiana
www.psicologafano.com